L’umiltà poco conosciuta del papa tedesco Benedetto XVI

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di Benito Giorgetta

L’umiltà, poco conosciuta, del “freddo” papa emerito Benedetto ha segnato la recente storia della chiesa. Perché tedesco e poco incline al sorriso, certamente di indole riservata, se non addirittura timido, ha saputo offrire al mondo intero un vero trattato di umiltà. Considerato, a giusta ragione, uno dei più grandi teologi, pensatori e studiosi dell’era moderna, ha saputo coniugare le vertigini del suo pensiero speculativo con la semplicità di chi, in modo inatteso, impensabile, ha rinunciato al ministero petrino che gli fu affidato dal Conclave che lo elesse successore di Giovanni Paolo II. 265° Vescovo di Roma.

Affacciandosi dal balcone delle benedizioni per il suo primo incontro con il popolo che lo acclamava, ha esordito dicendo: “…i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore».” Dopo il “ciclone” Wojtyla che lo aveva preceduto, da lui ci si aspettava chissà che cosa, di eclatante quasi dovesse competere con Giovanni Paolo II. Queste sono attese sensazionistiche lasciate a chi giudica la chiesa dal punto di vista spettacolare ma non da chi la segue con docile e collaborativa presenza. Comunque, Benedetto XVI è riuscito a sbalordire tutti,l’11 febbraio del 2013, oltre ogni immaginazione: si è dimesso da Papa riconoscendo la fragilità della sua condizione di salute, senza fuggire ma rimanendo nel recinto del Vaticano per dedicarsi alla preghiera silenziosa e nascosta, tanto necessaria quanto auspicabile. La preghiera, che per la vita della chiesa è come il sangue che scorre nelle vene del corpo umano, è silenziosa ma preziosa, indispensabile. Lui ha scelto di spegnere i riflettori sul suo operato per accendere la fiamma del suo cuore per fare luce silente ed orante nel cuore della chiesa.

Si parlava di umiltà.

“Prima di salutarvi personalmente desidero dirvi che continuerò ad esservi vicino nella preghiera…. Tra voi c’è anche il futuro Papa al quale già oggi prometto la mia incondizionata reverenza ed obbedienza. Per tutto questo vi imparto la benedizione apostolica”. Con queste parole Joseph Ratzinger diede l’ultimo abbraccio ai cardinali di tutto il mondo riuniti in Aula Clementina, in Vaticano dopo l’annuncio delle sue dimissioni.  

Dalla Loggia centrale del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, Giovedì 28 febbraio 2013 alla folla che lo aspettava in piazza ebbe e dire: “ Voi sapete che questo mio giorno è diverso da quelli precedenti; non sono più Sommo Pontefice della Chiesa cattolica: fino alle otto di sera lo sarò ancora, poi non più. Sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra. Ma vorrei ancora, con il mio cuore, con il mio amore, con la mia preghiera, con la mia riflessione, con tutte le mie forze interiori, lavorare per il bene comune e il bene della Chiesa e dell’umanità”.

Con serena lucidità e profonda verità nella lettera del 6 febbraio 2022 il papa emerito, quasi profeticamente, sollecitato a doversi difendere nell’inchiesta sugli abusi nell’arcidiocesi di Monaco e Friburgo scrive:” Ben presto mi troverò di fronte al giudice ultimo della mia vita. Anche se nel guardare indietro alla mia lunga vita posso avere tanto motivo di spavento e paura, sono comunque con l’animo lieto perché confido fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma al contempo l’amico e il fratello che ha già patito egli stesso le mie insufficienze e perciò, in quanto giudice, è al contempo mio avvocato (Paraclito). In vista dell’ora del giudizio mi diviene così chiara la grazia dell’essere cristiano. L’essere cristiano mi dona la conoscenza, di più, l’amicizia con il giudice della mia vita e mi consente di attraversare con fiducia la porta oscura della morte”.

Ancora più evidente la sua umiltà appare con tutta la sua forza e determinazione leggendo il suo testamento spirituale. Consapevole della sua fragilità umana si appella e chiede il perdono. “A tutti quelli a cui abbia in qualche modo fatto torto, chiedo di cuore perdono”. Ancora una volta ci affascina con la ricchezza del suo alto magistero professando la sua condizione di peccatore con i peccatori. Sì, perché il paradiso ove ci si augura, anzi, umanamente, si è certi che lui sia, non è pieno di uomini perfetti ma di peccatori perdonati. E questa è stata la sua ultima lezione da uomo, da teologo, da papa emerito.