Con Dio che ama e protegge il suo gregge, lo raduna e lo nutre, siamo in buone mani

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 IV Domenica di Pasqua

Con Dio che ama e protegge il suo gregge, lo raduna e lo nutre, siamo in buone mani

 (Atti 13,14.43-52; Apocalisse 7,9.14-17; Giovanni 10,27-30)

Ascoltiamo il Vangelo:

“In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola»”.

Davvero Dio ama e protegge il suo gregge. Lo raduna e lo nutre. Si prende cura di esso. Assicura ciascuno di coloro che ne fanno parte che non “andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano”.

Quando si sperimenta l’affanno del vivere quotidiano, quando la delusione ci rapisce e coinvolge. Quando lo scoraggiamento ci paralizza. Quando ci viene voglia di abbandonare tutto perché sperimentiamo la delusione e l’insuccesso, allora dobbiamo ridire alla nostra vita che Dio è con noi. Ci ama. Ci protegge. Ci difende. Continuativamente Dio, attraverso la sua parola, ci dona delle flebo di fiducia, delle parole di consolazione, degli abbracci di protezione.

“Se Dio è per noi chi sarà contro di noi?” (Romani 8,31). Ecco la base sulla quale costruire il nostro rapporto di fiducia con Dio. Su questa certezza possiamo costruire ogni altezza. Noi, forse, peccheremo di leggerezza, ci dimenticheremo di questa promessa, ma Dio rimarrà sempre fedele. Le promesse di Dio sono onnipotenti come lo è lui. Ma i verrà meno all’alleanza che col battesimo ha stabilito con ciascuno di noi. L’amore che Dio ha per noi è il patrimonio vero da custodire nell’esistenza quotidiana. È il serbatoio a cui dobbiamo attingere nei giorni di arsura, di siccità.

La similitudine del gregge che il vangelo giovanneo ci offre è un modo diretto di farci comprendere come siamo importanti per Dio. Come lui si premura sempre di garantirci vicinanza, protezione, custodia. Lui non è mercenario. Non svolge un compito, un mestiere. Non è salariato per proteggerci. In lui agisce la forza dell’amore per noi, perciò si dona, si dedica, senza misura, senza fine, senza perimetro che delimita. L’amore che Dio ha per noi è infinito come lo è lui. È eterno come lo è lui. È totale come lo è lui.

La forza, la certezza, la consolazione di questo, debbono servirci per continuare ad accogliere, per camminare quando la fatica ci sconfigge e quando lo scoraggiamento prevalgono e lottizzano il nostro cuore. Con Dio siamo in buone mani. Nessuno ci potrà strappare, rapire, separare dalla sua protezione.

L’unica attenzione da usare è espressa dalle prime parole del vangelo odierno: “le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”. Ascoltare e seguire. Docilità e sollecitudine. Non per comando. Dio non ha bisogno di ossequioso e servile rispetto. A Dio si corrisponde con abbracci filiali, con desiderio di figliolanza. A Dio si permette di amarci. Di abitare lui il nostro cuore liberandolo da ogni altro affanno, angoscia o tristezza. Quando si è amati e si ama, si corrisponde, si cerca, non si può fare a meno. Ecco perché solo la docilità dell’ascolto produce la consolazione di percepire che quell’ascolto è necessario per accogliere ciò che contiene: l’amore di Dio per noi. Questo, poi, produce l’incendio perché l’amore del padre è scintilla che divampa. Solo con l’ascolto Dio può parlare, può essere accolto. Il seguirlo diventa una tanto naturale, quanto necessaria conseguenza. Necessità. L’unico modo per incontrare Dio e sperimentarne la sua consolante paternità è ascoltarlo. Ascoltare è già aderire. Ascoltare è già “possedere”. Poi seguiremo.