Ma Dio è un piromane?

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XX Domenica Tempo Ordinario

Ma Dio è un piromane?

 (Geremia 38,4-6.8-10; Ebrei 12, 1-4; Luca 12, 49-53)

Ascoltiamo il Vangelo:

“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera». 
Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?»”.

Il piromane è colui che, ammalato, cerca di procurare incendi perché ha la mania del fuoco. Ogni incendio occasionato è una soddisfazione, un appagamento. Nell’espressione evangelica: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” non c’è nulla di tutto questo, ma solo il desiderio che la parola annunciata si propaghi come un incendio per avvicinare tutti e coinvolgere ciascuno.

Dio è comunione eterna e libera. È relazione vera e profonda, è l’inizio e il modello di ogni aggregazione. Anche se il discorso di Gesù sembra essere divisivo: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione”, lui vuole mettere in evidenza che la scelta del suo stile, del suo insegnamento, inevitabilmente porterà a fare delle scelte. Ecco si tratta di scegliere e non dividere. E, se una scelta allontana da coloro che la vedono diversamente, non deve essere un modo avversivo, ma complementare. L’unità nella diversità. “La convivialità delle differenze” direbbe don Tonino Bello.

Imparare a convivere con chi la pensa diversamente da me è sapienza e saggezza. Non tutti possiamo pensarla allo stesso modo, non tutti abbiamo la stessa visione. Sarebbe un penoso appiattimento. L’accettazione e la valorizzazione delle differenze è spumeggiante ricchezza. Oltretutto non dobbiamo vivere per gareggiare per vedere qual è l’idea migliore perché siamo in competizione. No! Dobbiamo servirci gli uni degli altri. Ogni diversità è ricchezza e accrescimento. Dilatazione del proprio spazio per fare posto a quello degli altri. Unire le varie risorse, le altrui capacità arricchisce tutti. La grande inclusione culturale a cui ci chiama papa Francesco proprio questo tende a suscitare e valorizzare. Travasare le reciproche ricchezze, esperienze, tradizioni gli uni negli altri rende tutti più ricchi. La presenza sempre più massiccia nelle nostre città e nella nostra società di presenze extra nazionali deve indurci a comprenderne la validità e non solo evidenziare le criticità.

Vi sono altri insegnamenti nel vangelo luchiano. La capacità di leggere i “segni dei tempi”. Dalla natura, che non parla con le parole ma con la sua evoluzione e il suo susseguirsi stagionale, noi impariamo e sappiamo distinguere gli accadimenti, come mai, dice Gesù, non siamo altrettanto capaci di scorgere i messaggi che provengono dalla società, dalle comunità, dagli atteggiamenti del vivere quotidiano? Il cristiano deve essere attento lettore ed interprete dei segni che ci vengono dati. Deve saper leggere con la mente e il cuore di Dio. Interpretare e poi scegliere come meglio vivere, come meglio interagire. In questo mondo, nel nostro mondo, nel vissuto quotidiano dobbiamo essere seminatori e testimoni dell’amore di Dio. La storia ci deve appartenere non solo perché la abitiamo ma anche perché, comprendendola, la sappiamo indirizzare nella giusta direzione: Inclusione tra noi per approdare presso l’amore dell’unico Dio, padre di tutti. Senza distinzioni o preferenze.