Commemorazione dei fedeli defunti

(Sapienza 3,1-9; Apocalisse 21,1-5a.6b-7; Matteo 5, 112a)

“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”

Ascoltiamo il Vangelo:

“In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli»”.

Queste sette parole sono, nella loro eloquente essenza, la verità sulla morte. Esse sono il tutto di una poesia: “Soldati”, di Giuseppe Ungaretti scritta verso la fine della Prima guerra mondiale. Con poche parole, l’estrema sintesi di quello che per l’umanità è da sempre stato un dramma: la morte. L’esistenza umana paragonabile ad una stagione: quella autunnale che è caratterizzata dalla inevitabile caduta delle foglie. Questi versi raccontano un momento triste la spoliazione dell’albero. Le foglie che hanno donato ombra, che avevano adornato la sua chioma, inevitabilmente cadono. Si distaccano dall’albero. C’è pure da dire, però, che cadendo, fanno posto a nuove gemmature, a nuove nascite, perché dopo la loro caduta, l’albero si rigenera. L’autunno fa posto alla primavera e le foglie ad altre foglie. Si potrebbe dire la legge della vita biologica.

Anche nell’esperienza umana accade, con altri procedimenti, per altre vie, con motivazioni ed intensità più importanti, quasi la stessa cosa. Con la morte non si chiude una porta ma si spalanca un portone. La morte è per la vita. La vita eterna. Quella che non cesserà mai più. Il tutto è dimostrato essere già accaduto per Gesù che, così facendo, è il primogenito che ci fa ereditare la vita eterna attraverso la risurrezione. Lui è il nuovo Adamo. Come per il primo e a causa dell’errore, nel mondo è entrata la morte, così per merito di Cristo, nuovo Adamo, trionferà la vita.

In questo giorno dedicato alla memoria dei nostri cari defunti la chiesa proclama la risurrezione di Cristo e la sua vittoria sulla morte. Ricordare i defunti significa ricollocarli nel cuore, porli alla nostra considerazione, ricordarci del bene che ci hanno donato e testimoniato. È un dovere di riconoscenza e gratitudine il legame che ci lega ai nostri defunti. Ma questo giorno ci permette di dare uno stop alla frenesia della vita ed obbligarla a pensare alla morte. Troppo spesso ce ne dimentichiamo, allontaniamo da noi questo pensiero, poi, quando giunge inesorabile ci trova sempre impreparati. L’idea della morte dovrebbe essere un pensiero costante per noi perché è il capolinea verso cui tutti viaggiamo. Incredibile a dirsi, ma, un bambino appena nato, inizia già a morire. Se la morte facesse parte dei nostri pensieri sarebbe come provarci addosso un vestito da indossare prima o pio. Se non lo misuriamo mai ci andrà o tropo stretto o troppo largo. Così sarà della morte quando sopraggiungerà. Se non l’abbiamo mai pensata, se non ci siamo preparati ad incontrarla ci risulterà troppo rigorosa e rigida oppure troppo punitiva e ingiusta.

Le foglie, a cui si faceva riferimento nella poesia di Ungaretti, sanno che debbono cadere e nulla possono fare per opporvisi e, quando giunge il momento si staccano dall’albero diventando preda del vento, dei passanti, delle cunette. Per noi non deve essere così perché non siamo destinati all’oblio della dissoluzione e del disfacimento del corpo, ma alla vita eterna a cui dobbiamo aspirare e per cui dobbiamo prepararci. Il Vangelo di oggi ci indica la strada e la modalità. Una vita intensa vissuta con amore e per amore, nella dedizione, nell’arrendevolezza e nell’esercizio della testimonianza. Nella lotta pacifica, nella consolazione da attingere e da donare. Nello spirito delle beatitudini che sono il cuore del cuore del vangelo.

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La Parrocchia di San Timoteo di Termoli fu costituita da Mons. Oddo Bernacchia, con bolla 1/1/1954. La Chiesa di San Timoteo di Termoli è una struttura neogotica con una sola navata, e fu costruita su progetto dell’ing. Ugo Sciarretta. Unica nel suo genere vanta il prestigio d'essere una delle prime chiese costruite in cemento armato senza colonne centrali per questo ha meritato d'essere citata anche nei libri di storia dell'arte. Il vescovo Mon. Oddo Bernacchia avendo dato questo titolo alla neo parrocchia lo fece con l'intendo" di rendere omaggio al diletto discepolo di Paolo, San Timoteo il cui venerato corpo tornava alla luce, nella nostra Cattedrale, nel maggio del 1945 per u na fortuita circostanza.... "La chiesa ad una sola navata si dispiega ampia e solenne; con le pareti solcate dda strutture portanti che accennano ad uno stile leggermente gotico, invita ad elevare lo spirito a Dio nello slancio della preghiera (Mons. Biagio D'Agostino, Termoli e la sua Diocesi, 1978, p.179).