Sabato santo

(Giovanni 18, 31-42)

Il silenzio gelido della tomba, ma gravido di risurrezione

Ascoltiamo il Vangelo:

“…Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto». Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù”.

Tutto è compiuto. La tomba è stata sigillata. Il caso è archiviato. Gli uccisori di Gesù sono appagati. Si sono tolti il disturbo. Ma non si ricordano che colui che hanno soppresso aveva detto: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Giovanni 2,18).

Il corpo di Gesù, richiesto da Giuseppe di Arimatea, viene rilasciato per essere sepolto in una tomba scavata nella roccia in cui mai nessuno vi era stato adagiato prima di allora. Inizia il tempo del silenzio. Il sabato santo, connotato da questo elemento induce alla riflessione, al turbamento per quanto accaduto. E’ un tempo abitato ed avvolto dalla delusione, dallo scoraggiamento, dalla sconfitta. Tutto tace. Tutto è finito. Clamori, lotte, insegnamenti, gelosie. Il protagonista di tutti questi insegnamenti, colui che, nella sua itineranza, aveva incontrato, sanato, accolto, ascoltato i bisogni altrui, è morto. Custodito nella tomba, attende d’essere imbalsamato. Una grande pietra chiude l’ingresso della tomba e a custodia vengono messe delle guardie per vigilare a che nessuno rubi il corpo li depositato. Oltre la tomba si chiudono anche le labbra, gli occhi e il cuore di coloro che avevano sperato, che lo avevano seguito. Si seppelliscono le attese si spengono le speranza. La delusione la fa da padrona, si impossessa degli animi. Il grande protagonista è il gelido silenzio della tomba, ma è un silenzio gravido, un silenzio che genera la vita nuova, che prepara la risurrezione.

“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna” (Giovanni 12, 24-25). Così aveva insegnato. Ora lo compie nella sua vita. Si dona. Si spegne per accendere, muore per dare vita, marcisce per far risorgere, annulla per creare, si fa sotterrare per generare nuove primavere, nuove fioriture. Come un che albero durante l’inverno riposa, ma la sua vegetazione si rinnova con le nuove gemme che si gonfiano perché piene di vita, così la tomba di Gesù accoglie un corpo esamine, ma pieno di vita nuova, la vita del risorto che da lì a qualche ora esploderà in un tripudio di gioia e in una sinfonia di vita.

Sabato santo: giorno di attesa, di silenzio, di speranza. Ma solo per il tempo di “organizzarsi, di restaurarsi”, di far scomparire i segni della sofferenza, della tortura, della morte per rivestirsi della bellezza della vita nuova. La tomba non può essere la dimora per colui che la vita l’ha creata e redenta. Per questo il silenzio sarà rotto dalla commozione e dalla gioia della vita rinnovata, della vita che risorge.