Il vero potere è poter e volere servire – Giovedì Santo 2023

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Giovedì Santo

Il vero potere è poter e volere servire

 (Esodo 12, 1-8. 11-14; 1 Corinti 11, 23-26; Giovanni 13, 1-15

Ascoltiamo il Vangelo:

“Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi»”.

Con il Giovedì Santo si conclude la quaresima e si inaugura il triduo pasquale. I tre giorni che separano dalla Pasqua fanno vivere, con particolare intensità, il cuore del cristianesimo. Dio che serve fino alla dimensione della morte in croce viene sepolto per poi risorgere e ridare gioia e forza a tutte le afflizioni, a tutte le sconfitte.

Dio non è placato dalla morte o dall’immolazione e dall’umiliazione del peccatore, ma dalla vita di suo Figlio che viene sacrificato in favore dell’uomo. Una volta issato sul legno della croce, patibolo sul quale muore, dal suo fianco squarciato e dal suo costato non escono rabbia, vendetta, odio ma sangue ed acqua. Sangue d’amore, acqua di vita. Già nell’intimità della sua ultima cena ho dimostrato d’essere capace si servire, di lavare i piedi. Già in quella notte, quando nel cuore di Giuda c’era il buio assoluto, la sete di guadagno e il tradimento, lui “prese il pane”. Non oppose resistenza, non rimproverò, non rivendicò, ma diede gesti di amicizia di concordia di condivisione, di fraternità. Era venuto per questo e, anche se difficile, aveva pregato il padre di allontanare da lui questo calice; tuttavia, chiese che si compisse la sua volontà.

Ha umiliato la violenza. Ha smascherato l’odio. Ha illuminato la notte. Ha opposto l’amore alla sterilità. Nel deserto del cuore umano ha seminato la freschezza del suo donarsi. Perciò è Dio. Ha fatto ciò che nessun uomo ha mai fatto. Ha portato a termine ciò che è impensabile ed improponibile per Dio, eppure lui compie ciò che Dio non sa fare, non può fare: morire, immolarsi. Ecco l’onnipotenza di Dio. Nel mansueto e muto agnello che si dona, si sacrifica per tutti. Colui che era innocente è diventato peccatore perché i peccatori fossero ricostituiti nell’innocenza perduta. “Doveva essere l’ultimo ucciso, perché nessuno fosse più ucciso” (Ermes Ronchi).

C’è solo un modo per vincere il male, per cancellare il peccato: il bene e l’amore. “Dove abbondò il peccato sovrabbonda la grazia” (Romani 5,20). Per vincere la notte occorre il giorno. Per vincere l’aridità del terreno occorre seminare ugualmente. Per sconfiggere la vendetta occorre armarsi di amore porgendo l’altra guancia, per vincere la zizzania occorre prendersi cura del buon grano. Di questo amore, a questa dimensione, con queste caratteristiche noi, oggi, siamo chiamati ad essere braccia, gambe, labbra che donano, camminano, proclamano. In qualche modo dobbiamo essere agnelli che si immolano per il bene degli altri. Come colui che si è immolato per noi. “Amatevi gli uni gli altri come io ho vi ho amato” (Giovanni 15, 9-17).

Al termine della lavanda dei piedi, quando Gesù si china dinanzi ognuno dei suoi apostoli, perfino dinanzi a Giuda che di lì a poco lo tradirà, perfino davanti a Pietro che si scandalizza ma poi lo rinnega; lui afferma: “Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. Anche noi, come lui, dobbiamo amare servendo. Dobbiamo perdonarne comprendendo. Amare accogliendo anche se traditi, anche se abbandonati. Il buio per vincerlo occorre accendere una luce fosse anche un piccolo fiammifero.

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La Parrocchia di San Timoteo di Termoli fu costituita da Mons. Oddo Bernacchia, con bolla 1/1/1954. La Chiesa di San Timoteo di Termoli è una struttura neogotica con una sola navata, e fu costruita su progetto dell’ing. Ugo Sciarretta. Unica nel suo genere vanta il prestigio d'essere una delle prime chiese costruite in cemento armato senza colonne centrali per questo ha meritato d'essere citata anche nei libri di storia dell'arte. Il vescovo Mon. Oddo Bernacchia avendo dato questo titolo alla neo parrocchia lo fece con l'intendo" di rendere omaggio al diletto discepolo di Paolo, San Timoteo il cui venerato corpo tornava alla luce, nella nostra Cattedrale, nel maggio del 1945 per u na fortuita circostanza.... "La chiesa ad una sola navata si dispiega ampia e solenne; con le pareti solcate dda strutture portanti che accennano ad uno stile leggermente gotico, invita ad elevare lo spirito a Dio nello slancio della preghiera (Mons. Biagio D'Agostino, Termoli e la sua Diocesi, 1978, p.179).