La Pasqua è la festa della corsa. Dobbiamo correre verso la vita

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                                  IL VANGELO STRABICO           Pasqua di Risurrezione – C  

(Atti 10,34a. 37-43; Colossesi 3,1-4; Luca 24,1-12)

La Pasqua è la festa della corsa. Dobbiamo correre verso la vita

Ascoltiamo il Vangelo:

“Il primo giorno della settimana, al mattino presto le donne si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”». Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano a esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto”.

Alle donne che cercavano Gesù nella tomba, dove si erano recate, di buon mattino con gli aromi, per imbalsamarne il corpo, due uomini le interrogano: “perché cercate tra i morti colui che è vivo?” Un morto lo cerca nel cimitero, è evidente, per cui rimangono stupite, “avevano il volto chinato a terra”. Ma poi gli stessi uomini danno una spiegazione al loro dire aggiungendo:” Non è qui, è risorto”. Al primo stupore se ne aggiunge un’ulteriore e più inspiegabile del primo. Se poi consideriamo chi erano, lo stupore diventa anche di chi incontra questa narrazione. Lo fu pure per gli apostoli ai quali esse riferirono l’accaduto. Anzi “Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano a esse”.

Pietro, colui che lo aveva rinnegato e poi aveva pianto il suo peccato, forse per farsi perdonare, forse mosso da una forza interiore, corre verso il sepolcro e, effettivamente, constata la veridicità di quanto le donne avevano riferito. “Chinatosi, vide soltanto i teli”. Gesù non c’era più lì dove era stata sepolto.

La vita ha vinto la morte, le tenebre sono state sconfitte dalla luce, la gioia prende il posto del dolore, la speranza sconfigge la disperazione. Non più un Gesù in balia dei suoi carnefici, sconfitto, crocifisso, seppellito. La sua morte ha messo a morte la morte stessa perché lui, sconfiggendola, le ha ridato la vita. Non poteva rimanere prigioniero della morte colui che ha creato la vita. Lo aveva detto: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. È stato di parola.

L’uomo non è più schiavo, ma libero. Non più prigioniero, ma liberato. In questa vittoria di Cristo sulla morte, che è la forma più umiliante per l’uomo, è la prigionia peggiore, c’è la possibilità di vincere ogni ostacolo, superare tutte le avversità. “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, tutte le cose sono diventate nuove” (2Corinzi 2,17).

Con la risurrezione di Cristo la vita si scongela. Il cuore riparte. La vita trionfa e traccia nuovi percorsi inediti. Il terreno arido ritorna a fiorire. I cuori affranti esultano di gioia. 

Pasqua in ebraico significa passaggio. Per i cristiani conserva lo stesso significato ma con sfumature cromatiche diverse. È il “passaggio dalla prigionia alla libertà, dalla sterilità alla fecondità, dalla solitudine all’abbraccio, e la forza viene da Colui che si è precipitato per amore dentro le nostre contraddizioni, dentro i nostri tradimenti e abbandoni. Dio è lì dentro; è passato attraverso la croce e cammina con noi e con le nostre croci, ci incoraggia ad andare avanti, nonostante la fatica, verso la bellezza e l’armonia” (E.Ronchi).

A Pasqua dobbiamo correre tutti. Corrono le donne, corre san Pietro. C’è una forza che li spinge, un dinamismo particolare. Una cosa è certa non si corre così per andare da un morto. Si corre solo se attratti, desiderosi di incontrare, conoscere. Allora contagiandoci anche noi dobbiamo correre verso la sorgente che disseta, verso la luce che dissipa le tenebre, l’amore che vince l’odio, l’abbraccio che distrugge le inimicizie. Dobbiamo correre lì da dove ci giunge un gemito che invoca la nostra presenza, il nostro soccorso.Dobbiamo correre verso i fratelli bisognosi. Solo così, correre, può diventare voce del verbo amare. Sì perché l’amore schiaccia il pedale dell’acceleratore per raggiungere l’amato. Pasqua. Passiamo dalla fine all’inizio. Un nuovo inizio. Un continuo inizio. Da corridori.