Abbiamo una cosa in comune: siamo tutti diversi. Muri e divisioni non salvano nessuno

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La diversità non è assolutamente un valore oppositivo ma integrativo, complementare. Ognuno di noi, perché unico e irripetibile, è portatore di unicità. Se si è unici, si arricchisce con originalità e unicità il mosaico delle relazioni, perché quello che sono io, la mia “tessera ” musiva, non appartiene ad un altro è solo ed unicamente mia. L’importante è comprendere che per essere unici non occorre avere delle note di merito, non è necessario appartenere ad una casta, non dipende dalla mia nazionalità, dalla mia fede, dalla mia identità sessuale, dalla mia consistenza patrimoniale, ma occorre essere semplicemente persona. Il titolo da “giocare” nella borsa delle relazioni e’ semplicemente questo.
Sta emergendo con forza in queste prime battute del meeting edizione 2016 “Tu sei un bene per me”, questa idea e il respiro di questo “ossigeno”. Le mostre, i relatori, le attenzioni, gli studi convergono tutti verso questa idea, la sua proposizione e la sua testimonianza. Si sa che la società contemporanea, troppo impegnata nell’esaltare l’individualismo esasperato, dimentica l’apertura verso l’altro, chiunque esso sia. Muri e divisioni non salveranno nessuno. Occasioneranno una strenua, quanto inutile, difesa di se stessi, delle proprie idee, del proprio recinto, della propria proprietà, ma in compenso si dichiara la morte, l’implosione, il putridume. Come un’acqua che ristagna e non ha occasione di ricambio così la vita dei singoli se viene recintata, difesa, si ammuffisce. C’è bisogno di ricambio, di relazione, di ricchezza che proviene da chiunque. Essere costruttori di ponti e non muri, ripete sempre più spesso Papa Francesco, lo aveva già detto Giovanni Paolo II. Oggi, se non si vuole rischiare la sterilità sociale, deve diventare un imperativo categorico, un imperativo morale.
Ma come fare se “l’invasione” dei migranti sembra essere diventata come una delle piaghe del popolo d’Israele come narrato nel libro dell’Esodo? Simile a quella delle cavallette, delle rane, delle mosche, delle zanzare? La terra è stata donata da Dio ad ogni uomo senza certificato di destinazione o registrazione catastale. La cultura dell’accoglienza, della condivisione, dell’inclusione deve essere testimoniata con maggiore coraggio. Attenzione, cura, salvaguardia, scongiurare rischi e pericoli non debbono mai cessare d’essere attuati, ma unitamente a compassione, giustizia, Amore e rispetto per il prossimo. Ogni uomo, anche quello malato, invalido, peccatore, è rivestito della mia stessa dignità ed è portatore della sua unicità e diversità.
Occorre sconfiggere, abbattere, il muro dell’indifferenza globalizzata ed aprirsi ad essere “isole di accoglienza”, in questo mare di indifferenza fratricida.
Come Dio, padre buono e misericordioso, attraverso la parabola del “figliol prodigo”, ci insegna a tenere una mano per salvare il figlio perduto, così tutti dobbiamo tendere mani che accolgono, abbracciano, aiutano, sostengono, accompagnano.”La fragilità dei tempi in cui viviamo è anche questa: credere che non esista possibilità di riscatto, una mano che ti rialza, un abbraccio che ti salva, ti perdona, ti risolleva, ti inonda di un amore infinito, paziente, indulgente; ti rimette in carreggiata. Abbiamo bisogno di misericordia”. ( Papa Francesco).
Questa è l’aria che si respira al meeting, questo è l’ossigeno di cui ha bisogno il mondo di oggi. Questo è quel cristianesimo attraente che aggrega per attrazione e non per proselitismo. Altro problema è cosa far fare a tutti gli accolti che sostano oziosi per le strade delle nostre città o strutture alberghiere dove sono raccolti. Vanno educati, aiutati anche questo è un servizio accogliente, aiutarli ad integrarsi a donare a noi la loro diversità di cui abbiamo bisogno perché anch’essi, come noi, unici ed irripetibili.