Ricordando “il primo martire” Santo Stefano, cui è dedicata la giornata successiva al Natale, oggi Papa Francesco ha lanciato un appello a non dimenticare i cristiani perseguitati nel mondo e ad “allenarsi a perdonare”.

Prima ancora di affacciarsi su piazza San Pietro per l’Angelus,

Bergoglio comunica con un tweet pubblicato in diverse lingue: “Preghiamo – scrive il Pontefice – per i cristiani che sono perseguitati, spesso con il silenzio vergognoso di tanti”.
Già ieri, nel messaggio natalizio, il Papa aveva ricordato i popoli che soffrono a causa dei conflitti, pensando specialmente ai migranti che fuggono dai propri Paesi alla ricerca di un futuro dignitoso e chiedendo a israeliani e palestinesi di “riprendere un dialogo diretto e giungere ad un’intesa”. E nei giorni scorsi anche il presidente degli Stati uniti, Barack Obama, aveva dedicato un messaggio ai perseguitati cristiani. “In alcune aree del Medioriente quest’anno rimarranno silenti le campane delle chiese che per secoli hanno suonato il giorno di Natale – aveva scritto il presidente nel testo diffuso dalla Casa Bianca il 24 dicembre – questo silenzio è testimone delle brutali atrocità commesse dallo Stato islamico contro queste comunità”.

Il perdono è necessario, dà grandi frutti. Ma non è facile.
Ne ha parlato all’Angelus nella solennità di Santo Stefano, primo martire della Chiesa, papa Francesco. Che ha sottolineato “un aspetto particolare nell’odierno racconto degli Atti degli Apostoli, che avvicina Santo Stefano al Signore”: “è il suo perdono prima di morire lapidato”.

“Inchiodato sulla croce, Gesù aveva detto: ‘Padre, perdona loro perché non sanno quello che fannò; in modo simile Stefano ‘piegò le ginocchia e gridò a gran voce: ‘Signore, non imputare loro questo peccato””, ha rammentato il Papa. “Stefano è dunque martire, che significa testimone, perché fa come Gesù – ha proseguito -; è infatti vero testimone chi si comporta come Lui: chi prega, chi ama, chi dona, ma soprattutto chi perdona, perché il perdono, come dice la parola stessa, è l’espressione più alta del dono”.

“Ma – ci potremmo chiedere – a che cosa serve perdonare? È soltanto una buona azione o porta dei risultati?”, ha chiesto Francesco. “Troviamo una risposta proprio nel martirio di Stefano – ha quindi spiegato -. Tra quelli per i quali egli implorò il perdono c’era un giovane di nome Saulo; costui perseguitava la Chiesa e cercava di distruggerla. Saulo divenne poco dopo Paolo, il grande santo, l’apostolo delle genti”.“Aveva ricevuto il perdono di Stefano – ha concluso il Pontefice -.Possiamo dire che Paolo nasce dalla grazia di Dio e dal perdono di Stefano”.

Ogni giorno abbiamo l’occasione per allenarci a perdonare, per vivere questo gesto tanto alto che avvicina l’uomo a Dio. Come il nostro Padre celeste, diventiamo anche noi misericordiosi, perché attraverso il perdono vinciamo il male con il bene, trasformiamo l’odio in amore e rendiamo così più pulito il mondo“. Lo ha detto papa Francesco all’Angelus nella solennità di Santo Stefano.

Anche noi nasciamo dal perdono di Dio – ha sottolineato il Pontefice -. Non solo nel Battesimo, ma ogni volta che siamo perdonati il nostro cuore rinasce, viene rigenerato. Ogni passo in avanti nella vita di fede porta impresso all’inizio il segno della misericordia divina. Perché solo quando siamo amati possiamo amare a nostra volta”.

“Ricordiamolo, ci farà bene – ha aggiunto -: se vogliamo avanzare nella fede, prima di tutto occorre ricevere il perdono di Dio; incontrare il Padre, che è pronto a perdonare tutto e sempre, e che proprio perdonando guarisce il cuore e ravviva l’amore. Non dobbiamo mai stancarci di chiedere il perdono divino, perché solo quando siamo perdonati, quando ci sentiamo perdonati, impariamo a perdonare“.

Perdonare, però, non è cosa facile, è sempre molto difficile – ha riconosciuto Bergoglio -. Come possiamo imitare Gesù? Da dove incominciare per scusare i piccoli o i grandi torti che subiamo ogni giorno? Anzitutto dalla preghiera, come ha fatto Stefano. Si comincia dal proprio cuore: possiamo affrontare con la preghiera il risentimento che proviamo, affidando chi ci ha fatto del male alla misericordia di Dio”. “Poi si scopre che questa lotta interiore per perdonare purifica dal male e che la preghiera e l’amore ci liberano dalle catene interiori del rancore. È tanto brutto vivere nel rancore!”, ha concluso.

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La Parrocchia di San Timoteo di Termoli fu costituita da Mons. Oddo Bernacchia, con bolla 1/1/1954. La Chiesa di San Timoteo di Termoli è una struttura neogotica con una sola navata, e fu costruita su progetto dell’ing. Ugo Sciarretta. Unica nel suo genere vanta il prestigio d'essere una delle prime chiese costruite in cemento armato senza colonne centrali per questo ha meritato d'essere citata anche nei libri di storia dell'arte. Il vescovo Mon. Oddo Bernacchia avendo dato questo titolo alla neo parrocchia lo fece con l'intendo" di rendere omaggio al diletto discepolo di Paolo, San Timoteo il cui venerato corpo tornava alla luce, nella nostra Cattedrale, nel maggio del 1945 per u na fortuita circostanza.... "La chiesa ad una sola navata si dispiega ampia e solenne; con le pareti solcate dda strutture portanti che accennano ad uno stile leggermente gotico, invita ad elevare lo spirito a Dio nello slancio della preghiera (Mons. Biagio D'Agostino, Termoli e la sua Diocesi, 1978, p.179).