di Benito Giorgetta

Il covid19, fino a qualche settimana fa era un perfetto sconosciuto, da qualche giorno, imperiosamente, tutto il mondo lo conosce. Ha costretto oltre un miliardo di persone a rinchiudersi in casa. Ha paralizzato le relazioni, ha fatto precipitare le borse di tutto il mondo, ha portato alla tomba migliaia di persone senza neppure il conforto di un abbraccio di un saluto e, neppure di un funerale. Che desolazione, che tristezza, che angoscia!!!

Tutti costretti a sperimentare, non volendolo, la nostra finitudine. Tutti annichiliti, scoperti deboli, fragili. Non più onnipotenti, non più liberi di fare e di andare dove volgiamo. E la meraviglia è che chi ci costringe a tutto questo è un nemico invisibile. Un virus, microscopico, ma capace di uccidere, addirittura di sterminarci.

Una situazione questa che ci fa sperimentare che dobbiamo operare quasi una rivoluzione copernicana comportamentale. Nulla sarà come prima, dopo, speriamo presto, si cancelli, definitivamente, questa presenza sgradita, inopportuna e sterminatrice presenza.

Un beneficio di sicuro c’è nonostante il sacrificio a cui ci sta costringendo questo maledetto virus: ci ha messi in ginocchio. Ci ha costretti ad inginocchiarci, a soccombere dinanzi alla forza mortifera di cui è portatore. Ma ci ha “costretti” ad inginocchiarci anche dinanzi al Dio della vita, della creazione, dell’amore a cui tanti di noi stanno ricorrendo e stanno rifugiandosi, come unico porto di approdo e di consolazione.

Rimarranno fisse nelle pagine della storia le immagini, i fotogrammi, dell’incedere lento, gravoso e testimoniale di Papa Francesco sul sagrato di san Pietro. Armato solo della sua debole, fragile umiltà ha riempito, da solo, l’immensa piazza san Pietro. Una piazza vuota di persone ma piena, gravida di tutte le sofferenze del mondo. Su di essa, sull’intera umanità, con la benedizione “Urbi et Orbi (sulla città e sul mondo), ha fatto piovere la misericordia di Dio con l’indulgenza plenaria concessa, in modo straordinario, a tutti coloro che hanno, solo, desiderato di riconciliarsi con Dio con sé stessi e con gli altri.

Anche il Papa ha dovuto organizzarsi, in modo inusuale, alla dittatura del covid19, cambiando orari, abitudini e riti. Questa prossima ad arrivare sarà una Pasqua “amara”. Preceduta dalla Domenica delle Palme e anticipata dai riti della settimana santa. Chiese vuote, porte chiuse, durante le celebrazioni. I riti della settimana santa sono tra i più sentiti e popolati dalla tradizione dalla fede dei credenti eppure, il covid19 violenta, “stupra” e ferisce la sensibilità dei cristiani, che saranno, loro malgrado, costretti e ristretti nelle loro abitazioni.

Una cosa è certa: che anche noi parroci, sacerdoti, ci sentiremo monchi, mutilati, privati del nostro popolo, delle assemblee. Ma è altrettanto vero che, se pur privi di presenza fisica, comunque dediti a ciascuno di coloro che ci sono affidati e alla chiesa universale e al mondo intero. Senza loro ma per loro e con loro. Benediremo le palme nella solitudine ma nella sollecitudine. Pregheremo da soli ma per tutti e con tutti. Loderemo il Signore, gioieremo per la sua risurrezione sollecitandoci alla nostra nella vita interiore, nelle relazioni, e in tutti quegli ambiti in cui avvertiamo odore di morte.

Il coronavirus sarà sconfitto dalla scienza e dalla medicina. Noi dobbiamo sconfiggere il covid19 annidato in ciascuno di noi come virus relazionale, di esasperato individualismo o di famelico desiderio di autorealizzazione.

Celebreremo a porte chiuse e con le chiese vuote, questa Pasqua “alternativa”, ma con il cuore aperto, spalancato. Spiritualmente tutti saranno presenti e allora le nostre chiese sembreranno più affollate che mai, più frequentate del solito. E non dimentichiamoci di aprire gli occhi sulle povertà e le necessità dei più poveri e soli, abbandonati e dimenticati oltre che emarginati. Facciamo del bene. Bonificheremo noi stessi e beneficheremo gli altri. Umanizziamo noi stessi e ci immunizzeremo da ogni virus, covid19 compreso.