La morte non è la fine ma il compimento – Commemorazione dei Fedeli defunti – C

0
1727

IL VANGELO STRABICO

Commemorazione dei Fedeli defunti – C

(Giobbe 19,1.23-27;Romani 5,5-11;Matteo; 25,31-46)

A cura di Benito Giorgetta

La morte non è la fine ma il compimento

“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Quando il Figlio dell’uomo

verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria.

Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il

pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla

sinistra. 
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del

Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del

mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete

dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi

avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. 
Allora i giusti gli

risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da

mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto

straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo

visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In

verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più

piccoli, l’avete fatto a me”. 
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via,

lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi

angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non

mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete

vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 
Anch’essi allora

risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o

nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro:

“In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli,

non l’avete fatto a me”. 
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti

invece alla vita eterna»”.

Come dopo la notte sorge l’alba ed inizia il giorno, così dopo la morte, di cui tutti

siamo chiamati a fare esperienza, ci sarà nuovamente la vita. Il cristiano di fronte alla

morte non si pone, cinicamente, come gli stoici che affermavano: “Se c’è lei non ci sono io,

se ci sono io non c’è lei”. La morte è comune eredità degli uomini e fa parte della vita. Anzi

si può affermare che un uomo quando nasce inizia già a morire. Con la nascita inizia la

corsa della vita e la discesa della morte.

La vita è un dono e di essa noi siamo chiamati a farne un capolavoro. Non

realizzando i nostri sogni e saziando il nostro famelico egoismo, ma rendendoci utili agli

altri e servi degli altri. Certo questo è un progetto eroico ed impegnativo ma è ciò che

resterà in vita dopo la nostra morte: il bene che ci siamo sforzati di fare. In occasione della

morte c’è una sorta di “dogana” che dobbiamo passare, è molto dura ed esigente, non ci

permette di sdoganare nessun bene materiale. E’ possibile portare con sé solo il bene

fatto, possibilmente anche quello di cui ci siamo dimenticati e ci verrà ricordato da chi ci

dirà: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla

creazione del mondo… ho avuto fame, sete, ero nudo, malato, forestiero, carcerato” e mi

avete soccorso. Ecco il capolavoro di ogni uomo: impegnare la vita per donarla

gratuitamente perché ogni volta che porremo in essere ogni minimo gesto caritativo,

compassionevole, misericordioso, non resterà anonimo o estraneo al cuore di Dio. “…

Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

E sarà donata la vera e definitiva vita: l’eternità beata con Dio. Dunque la morte non è la