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Omelia del vescovo Caludio in occasione della memoria liturgica di San Timoteo 2026

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Omelia nella Memoria Liturgica di San Timoteo

Termoli, 26 gennaio 2026

Cari fratelli e sorelle,

il Martirologio Romano della Chiesa Cattolica segna alla data odierna la «Memoria dei santi Timoteo e Tito, vescovi, che, discepoli di san Paolo Apostolo e suoi collaboratori nel ministero, furono l’uno a capo della Chiesa di Efeso, l’altro di quella di Creta; ad essi sono indirizzate le Lettere dalle sapienti raccomandazioni per l’istruzione dei pastori e dei fedeli».

A Termoli, però, e in questo santuario in particolare, la memoria liturgica è concentrata sulla figura di San Timoteo, del quale la nostra Chiesa Diocesana, dal 1239, custodisce il corpo, rinvenuto nella nostra Cattedrale l’11 maggio 1945. San Tito capirà, e non se la prenderà, se la nostra attenzione principale viene riservata al suo confratello nell’apostolato e, nella comunione dei santi, riterrà rivolte anche a sé le espressioni della nostra devozione timoteana.

La specifico che noi, con tutta la Chiesa, onoriamo in San Timoteo, discepolo prediletto e fedele collaboratore dell’Apostolo delle Genti, è l’ineffabile incarnazione del modello del pastore totalmente dedito alla causa del Vangelo, appreso fin dall’infanzia grazie alla educazione alla fede avuta in famiglia dalla madre Eunice e dalla nonna Loide: «Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Loide, poi in tua madre Eunice e ora, ne sono certo, anche in te» (2Tm 1,5). Così gli scrive l’Apostolo, ormai prossimo a terminare la sua corsa terrena. Non dobbiamo lasciarci sfuggire questa situazione germinale. L’educazione discepolare cristiana di Timoteo non nasce all’improvviso, ma viene da lontano: dalla famiglia. È grazie a questo fecondo alveo che, un giorno, la filiale discepolarità di Timoteo si dischiuderà e caratterizzerà con le indelebili note della dilezione e della fedeltà, secondo gli appellativi del suo maestro, Paolo, il quale non esiterà a chiamarlo “Figlio diletto” e “fedele nel Signore” (Cf 1Cor 4,17), “vero figlio mio nella fede” (1Tim 1,2), per dire inequivocabilmente di quel legame intimo, profondo, esistente tra i due, radicato sulla fede condivisa e sulla dedizione alla missione apostolica.

In tal modo ci è dato di cogliere e fare nostra l’esemplarità della famiglia di Timoteo, urgente ai nostri giorni più che mai, circa la ricezione della fede, la sua trasmissione e cura nel tempo. Più in particolare ci è data una salutare provocazione per riflettere sulla iniziazione/educazione cristiana dei bambini e dei ragazzi nelle famiglie. Vale a dire sulla urgenza di mettere Cristo al centro della vita delle nuove generazioni, esortandole con le stessa parole di sant’Agostino: «Amate ciò che sarete».

Stimolati dalla famiglia di Timoteo, carissimi fratelli e sorelle, oggi meditiamo sul fatto che anche le nostre famiglie «sono il primo nucleo ecclesiale cui il Signore affida la trasmissione della fede e del Vangelo alle nuove generazioni» (Leone XIV, ai partecipanti al seminario Evangelizzare con le famiglie di oggi e di domani, 2 giugno 2025). In ragione di ciò che sono, piccole chiese domestiche, le famiglie possono, sono capaci, di tramandare il “senso religioso”, vale a dire il coraggio di porsi gli interrogativi fondamentali sulla vita e sul senso della vita. Ai papà e alle mamme, ai nonni, genitori due volte, è dato di rendere i propri figli consapevoli della “paternità di Dio” e di accompagnarli nella ricerca di risposte alla domanda di infinito scritta nel loro cuore. Scriveva Cesare Pavese: «Ciò che l’uomo cerca (…) è un infinito e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questo infinito» (C. Pavese, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, Einaudi, Torino, 1973, p. 190; qui la domanda: O Tu, abbi pietà. E poi?). Nessuno. I nostri figli compresi.

La questione è seria, e riguarda la domanda su Dio il Quale, a dispetto di tanta dimenticanza e di tanta opposizione postmoderna, dice, come all’ Innominato di manzoniana memoria: “Io Sono, però”. In rapporto a questa domanda su Dio sta il compito insostituibile della famiglia per la trasmissione della fede ai figli.

Sappiamo bene, purtroppo, come questo compito sia oggigiorno trascurato, quando non del tutto annullato dall’abbaglio dell’educare i figli a quella libertà totale, lontana dal senso religioso. Un inganno davvero diabolico. Volendo consentire ai figli di scegliere in autonomia e come essere e cosa fare, li si abbandona di fatto a se stessi, alle ideologie e alle non-verità. Eppure, sappiamo altrettanto bene, ogni bambino, all’età di tre-quattro anni pone domande smisurate sul senso della vita e della morte, del tipo: «perché le persone muoiono? Dove vanno? Perché sono nato? Mamma, papà, tu morirai?». Che fare dinanzi a tutto questo? I genitori non possono limitarsi – quando lo fanno e se lo fanno – a insegnare ai figli a fare il segno della croce, a recitare le preghiere del mattino e della sera, ad andare a Messa la domenica. Dovranno e devono, prima di tutto, parlare ai piccoli di Dio, un Padre che ci ama, che ci ha pensati fin dall’eternità, che ci desidera nel suo Amore immenso, che ci vuole con sé per l’eternità. Un Padre sempre presente nelle righe della nostra quotidianità, anche in quelle storte, e che bisogna imparare a scoprire in famiglia.

Educando i piccoli a questo Amore, si daranno loro quelle condizioni per maturare una vocazione cristiana e per integrare il vissuto della fede con la vita concreta, impedendo loro di vivere, un domani, dolorose, quando non mortifere, contraddizioni esistenziali e consentendo invece di nutrire di verità e di autenticità la loro relazione con Cristo e con i fratelli.

Timoteo, con la sua famiglia, oggi è qui con noi. E a noi rivolge quelle stesse parole che Paolo rivolse a lui: «Ravviva il dono di Dio che è in te» (2Tim 1,6: ἀναζωπυρεῖν τὸ χάρισμα τοῦ θεοῦ, ὅ ἐστιν ἐν σοὶ διὰ τῆς ἐπιθέσεως τῶν χειρῶν μου·). Riattizziamo questo fuoco di amore, di carità, nelle nostre famiglie e verso i nostri figli. Combattiamo la “buona battaglia” vivendo con coerenza la nostra fede e trasmettendola alle nuove generazioni, come mamma Eunice e nonna Loide hanno fatto con il piccolo Timoteo, e come questi, da grande, assieme all’apostolo Paolo l’ha trasmessa alle generazioni dell’antico mondo pagano, testimoniandola fino all’effusione del sangue da vescovo a Efeso.

Nel tornare alle nostre case, questa sera, vogliamo chiederci: chi è stato, o chi sono stati i “San Paolo” nella nostra vita che ci hanno trasmesso la fede? E ancora: come possiamo “riattizzare” oggi, nel contesto del neopaganesimo post moderno, il “dono di Dio” ricevuto nel Battesimo?

San Timoteo, discepolo dell’apostolo Paolo, interceda per noi e ci ottenga di interiorizzare queste domande che ci rilanciano ad una nuova missione di evangelizzazione nelle nostre famiglie e nel mondo.

Così sia.

+ Claudio Vescovo

Parrocchia San Timoteo
Parrocchia San Timoteohttps://www.santimoteotermoli.it/wp
La Parrocchia di San Timoteo di Termoli fu costituita da Mons. Oddo Bernacchia, con bolla 1/1/1954. La Chiesa di San Timoteo di Termoli è una struttura neogotica con una sola navata, e fu costruita su progetto dell’ing. Ugo Sciarretta. Unica nel suo genere vanta il prestigio d'essere una delle prime chiese costruite in cemento armato senza colonne centrali per questo ha meritato d'essere citata anche nei libri di storia dell'arte. Il vescovo Mon. Oddo Bernacchia avendo dato questo titolo alla neo parrocchia lo fece con l'intendo" di rendere omaggio al diletto discepolo di Paolo, San Timoteo il cui venerato corpo tornava alla luce, nella nostra Cattedrale, nel maggio del 1945 per u na fortuita circostanza.... "La chiesa ad una sola navata si dispiega ampia e solenne; con le pareti solcate dda strutture portanti che accennano ad uno stile leggermente gotico, invita ad elevare lo spirito a Dio nello slancio della preghiera (Mons. Biagio D'Agostino, Termoli e la sua Diocesi, 1978, p.179).
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