La scuola di Dio ci laurea nella sapienza dell’amore

(Deuteronomio 4,32-34.39-40; Romani 8,14-17; Matteo 28,16-20)

Ascoltiamo il Vangelo:

“In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»”.

La Trinità non è una formula per raccontare Dio e non capirci nulla. Non è un teorema per distrarci ed allontanarci da lui e tantomeno un passatempo per tenere occupata la mente. La Trinità è l’essenza stessa di Dio. La sua sostanza è divina e la sua manifestazione è triplice, pur conservando la stessa natura divina, espressa in tre Persone, uguali nell’essenza, distinte nelle Persone. “…E nel proclamare te Dio vero ed eterno, noi adoriamo la Trinità delle Persone, l’unità della natura, l’uguaglianza nella maestà divina. …” (Prefazio).

Ma anche raccontato così sembra essere un Dio “anguilla” che sfugge al dominio della comprensione razionale. Ed è proprio qui il punto; l’uomo, nonostante la nobiltà della sua intelligenza, l’eleganza del suo pensiero, l’approfondimento della sua ricerca, mai potrà circoscrivere Dio e racchiuderlo in una formula. Dio è Altro, per sua natura, ontologicamente. La mente è troppo piccola per contenere la sua immensa, sconfinata ed infinita grandezza. Ma ciò che non si può dominare, possedere, lo si può sperimentare nella misura propria a ciascuno.

Non è colpa di Dio se lui è divino, immenso, trascendente, mentre l’uomo è immanente, ridotto, relativo, fallace. Anzi, proprio perché esiste questa differenza, Dio la vuole alleggerire, ridurre, e, per questo si è manifestato, si è fatto conoscere, si è consegnato, diminuendo se stesso. Si è ridotto come uno straccio, sulla croce, alla balia di tutti.  “Tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo…” (Isaia 52,14). Tutto questo perché nessuno si sentisse escluso o avesse paura di lui o lo scartasse, ma solo utilizzando la forza della debolezza, ci vuole attirare a sè. La fragilità di Dio per appartenere a tutti. Uno straccio a chi fa paura? Chi non lo utilizza per i suoi scopi?

Per Dio essere Trinità significa donarsi. E’ “costretto” dall’amore stesso di cui egli è l’essenza, in cui vive e da cui proviene. Le tre Persone della Trinità vivono di amore e nell’amore, unite, indissolubilmente. L’amore non è una forza centripeta, che si ripiega su se stessa, verso se stessa; ma centrifuga, ha necessità di donarsi di andare verso l’esterno. E Dio ha fatto e continuamente fa questo. Si dona, non si raggomitola in se stesso, ma si dona agli altri. Il primo e principale punto di interesse da parte di Dio è l’uomo e soprattutto quello più peccatore, quello maggiormente bisognoso d’essere curato, avvicinato, corretto e spronato.

In effetti Gesù convoca i suoi sul monte non perché ha bisogno d’essere accompagnato ma per inviarli, li raduna per mandarli, non senza aver depositato nel loro cuore e nelle loro mani gli stessi suoi poteri chiedendo di battezzare, cioè di immergere il mondo in Dio, assicurando che lui non abbandonerà mai nessuno: “Io  sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Lui dietro le quinte, perché l’uomo, per suo volere, sia il protagonista. Il palcoscenico all’uomo, a Dio la nascosta, ma necessaria e sapiente regia. Chi può fare a meno d’essere guidato da Dio, ma lui è Trinità, è comunione d’amore e d’intenti. Questa è la scuola da cui dobbiamo uscire laureati!